PROLOGO: Il sistema solare che ospitava il pianeta di Altro Regno, nel Microverso, aveva appena guadagnato un nuovo corpo planetario.

Si trattava di una piccola luna, dalla superficie irregolare. Un corpo celeste che in realtà era solo un aggregato instabile di migliaia di rocce delle più svariate dimensioni. Un corpo celeste nato circa dodici ore fa per volontà di un dio[i] adirato.

Il destino di questo aggregato era segnato: non possedeva abbastanza massa per restare insieme. Sarebbe bastata una spinta sufficiente, dall’interno, per disfarlo…

E così fu: coni di luce emersero dagli interstizi fra le rocce. Un momento dopo, nell’eterno silenzio cosmico, una porzione delle rocce iniziò a separarsi dal resto del planetoide in una muta esplosione.

Poco dopo, una specie di montagna, costellata di componenti tecnologiche, emerse lentamente dalla sua prigione.

 

Un bagliore di artigli, il suono di tessuti e tendini lacerati come da un colpo secco di lama, poi quello di un corpo che rimbalzava a terra un paio di volte, con echi bagnati…

Una mano artigliata, coperta di placche arancione come da un’armatura, afferrò la testa e la sollevò da terra.

“Ti conoscevo bene, Fratello Superiore Jsejsek,” disse il Principe Ssylak, nell’ambiente male illuminato dalle luci di emergenza, fissando la testa dalla lingua penzolante e gli occhi rovesciati. “Ed è mia colpa non avere saputo prevedere la portata della tua ambizione di Protestante.” Ssylak emise un corto sibilo irato. “Mettere a rischio l’incolumità di Altro Regno, minacciare di morte i sacri dragoni…e tutto per la tua sete di potere, più che per la fede ad Antesys… Generale Viskajj?” aggiunse, voltando solo gli occhi.

Il maschio della casta guerriera, intento a supervisionare il lavoro degli ‘operai’ alle consolle, si voltò e mostrò la gola. “Mio Principe, Purtroppo S’shadz  è perduta. L’agglomeramento ha danneggiato i sistemi vitali e di raccoglimento di energia. In compenso, l’82% della flotta è salva: la maggior parte dei porti ha resistito.”

Ssylak annuì. “Organizza l’evacuazione, Generale: riprenderemo le redini del nostro destino sulla superficie di Altro Regno. I tuoi uomini si assicurino che ogni Protestante resti qui, quando attiveremo l’autodistruzione di S’shadz: la Casta Sacerdotale non può essere corrotta dai folli come Jsejsek.” Gettò distrattamente la testa, che ricadde contro il corpo decapitato.

In quel momento, il proiettore olografico al centro della sala di comando si accese. Ogni Tok, incluso Ssylak, offrì la gola alla figura che apparve un attimo dopo: quella di un dragone corazzato. Il colore delle sue placche appuntite ed affilate era quello di un Tok, ma la sua possanza non aveva pari: era questa creatura l’espressione ultima della perfezione dei Tok, l’unico che avesse il diritto di deporre le uova, l’unico a cui obbedire incondizionatamente.

Era Brassilva. “Qui ti sbagli, mio inetto figlio,” disse, con una voce melodiosa, per gli standard di quella specie.

“Sire..?” Ssylak era perplesso.

“I tempi cambiano, Principe: perché credi che i Protestanti siano sempre più cresciuti per numero ed influenza? Perché l’ho voluto io, per poterci affrancare da un retaggio culturale che, come ho appena avuto modo di vedere, si dimostra pericoloso per la nostra sopravvivenza.”

Sire!” Ssylak era una maschera di indignazione e stupore. “Voi non potete intendere per davvero…”

“La nostra fede in Antesys è salda,” lo interruppe il riproduttore. “Ma i vincoli che l’ortodossia pone ti hanno impedito di ottenere una chiara vittoria, figlio. In nome di Antesys, i Tok debbono prosperare, non perire. Il blasfemo deve essere eliminato… O forse tu pensi che questo ‘Stargod’ che tante perdite ci ha inflitto non lo sia?”

Ssylak non disse nulla. Il suo muso era contratto nel disprezzo, le zanne snudate e iridescenti sotto la luce d’emergenza.

L’ologramma voltò la testa verso Viskajj. “Generale. Guerrieri. Operai. Il Principe Ssylak non ha più potere alcuno, da questo momento: il lo rinnego. Uccidetelo. Dopo verrete da me, per rinfoltire le file verso la battaglia finale contro Stargod ed i suoi indegni accoliti.” L’ologramma si spense.

Ssylak osservò i suoi sottoposti voltarsi verso di lui. Gli occhi di Viskajj e di ogni altro soldato erano fissi in un’espressione glaciale…

 

 

MARVELIT presenta

Episodio 23 – Il mare di Mournhelm

 

 

Mournhelm

 

Secoli fa, quando Altro Regno era un mondo molto diverso da oggi, un asteroide vi entrò in collisione.

Fu l’apocalisse. Una sezione dell’unico continente affondò fra i flutti. L’integrità sul lato sud delle terre emerse fu corrugata da catene di canyon immensi. La quantità di materiali e polveri espulse da quell’evento generò un anello, quello stesso anello ora ridotto a un planetoide informe.

L’impatto generò vulcani e montagne, quelle formazioni che, in un cerchio impenetrabile, compongono e proteggono l’arcipelago di Mournhelm.

Si tratta di una visione spettacolare, vista dal mare.

Dal cielo, è ancora più apprezzabile.

 

Ma nella mente di questo particolare spettatore, non c’era spazio per l’euforia.

Il licantropo sedeva sulla schiena di un azzurro dragone dei cieli. La sua espressione era meditabonda, triste.

L’essere di nome Stargod sospirò. <Antesys…> mormorò mentalmente.

E gli fu risposto: le delicate nuvole nel cielo assunsero l’aspetto di un drago immane, una delle tante incarnazioni del Supremo Essere. <Ti ascolto, figlio mio,> rispose la manifestazione, e la sua voce era fresca come il tocco dell’acqua di un ruscello.

Il dragone azzurro si fermò dov’era, restando in volo librato.

Stargod levò il muso verso Antesys. <Perché non posso riparare al danno fatto dai Tok? In quella foresta distrutta dalla loro bomba nucleare ho forgiato il mio legame con Max…> la sua mano artigliata accarezzò di riflesso la morbida criniera bianca del dragone. <Ho combattuto a Kalgarn la prima battaglia contro il nemico, perché la sua gente fosse liberata, e non annientata. Non sopporto di vedere questa distruzione e non potervi porre rimedio.>

Antesys sospirò, e quel verso arruffò la pelliccia di John Jameson.

<Figlio, tutti gli esseri viventi, in qualche modo, apportano dei cambiamenti nel mondo che li circonda.

<Il gesto dei Tok e le sue conseguenze serviranno come memento, dalla distruzione vi sarà nuova genesi, dalla guerra rinascerà la pace. Così è sempre stato, e così sarà sempre.

<Dimmi, figlio: cosa ne sarebbe del mondo, se tu correggessi tutti gli errori?>

<…>

<Quali lezioni apprenderebbero i popoli e gli individui, se non osservassero le conseguenze del loro operato?>

Stargod quasi si lasciò sfuggire una risata amara. <Considerando quello che l’umanità non sembra avere appreso in…>

<L’umanità, così come tante altre specie, impara lentamente, ma impara. I cambiamenti epocali non possono avvenire nel corso di una sola vita mortale. Ogni volta, qualcuno aggiunge un frammento, e la specie ne trae beneficio in tempi molto più lunghi.

<Io ti metto a disposizione il mio potere perché tu lo usi con saggezza, figlio. I dragoni, i primi depositari della Godstone> nel sentirla menzionare, Stargod si pose una mano sulla gemma sanguigna alla gola <vollero fare quello che tu stai desiderando: cambiare le cose per lasciare la loro impronta, a proprio beneficio, non a beneficio della specie.

<La tua vita sarà lunga, John. Soffrirai e gioirai. È semplice. Non dimenticarlo.>

Le nuvole tornarono ad essere dei cirri. L’uomo-lupo entrò in contatto mentale con qualcun altro… <Seminatore di Morte, come procede?>

 

A migliaia di chilometri di distanza, nel mezzo di una pianura, si muoveva una enorme carovana: era il villaggio mobile di un popolo-guerriero. Questa gente, fino a poco tempo prima, sotto il dominio di Azunbulxibar, aveva combattuto contro Stargod. Quando il dio aveva sconfitto il guerriero, il suo popolo aveva incondizionatamente accettato Stargod come loro guida.

Dietro ordine del dio, la gente si era messa in moto alla volta di Mournhelm…e c’era solo un piccolo problema da risolvere: Altro Regno viveva in uno stadio di tecnologia medioevale. Spostarsi sulle lunghe distanze richiedeva mesi, letteralmente.

Ed era stato fatto chiaro fin da quando il viaggio era iniziato, che il popolo ora di Stargod serviva a Mournhelm molto più in fretta.

Per tale ragione, cinque dei sette cavalieri-protettori erano stati mandati incontro ai guerrieri nomadi.

 

<La situazione è sotto controllo. Non ci sono state perdite, e ci dirigiamo alla zona indicata,> rispose la sinistra figura avvolta da un completo e mantello neri. Nell’ombra del suo cappellaccio, gli occhi erano due fiamme gialle. <Saremo lì entro le prossime sei ore.>

<Ottimo. Vi attenderò qui a Mournhelm.> La visione della testa del dio lupino scomparve dalla mente del Seminatore, che tornò a guardare verso la carovana ed alla sua speciale scorta:

Ø  Nel cielo, Iron Monger, nella sua massiccia armatura ad alta tecnologia. Anche se Veggany era riuscito a danneggiare seriamente quel guscio[ii], era anche vero che a volte la migliore tecnologia poco può contro la magia.

Ø  A piedi, al fianco della cavalcatura alla testa della carovana, il parademone Grigar, del Popolo Felino.

Ø  All’interno di una delle carrozze, stava Avatar, il sintezoide nato nella Zona Negativa, sintesi vivente con Agron, la creatura del futuro.

Ø  Su uno dei cavalli, in coda, sedeva solitaria la figura di Diablo, il maestro alchimista, a copertura della retroguardia. Estaban Corazon del Diablo non era esattamente un individuo socievole, e aveva accettato quell’incarico senza esitazioni.

Sotto il cappellaccio, Mary Elizabeth Sterling non era preoccupata: Diablo poteva elaborare tutti gli schemi contorti che desiderasse, ma aveva visto cosa poteva fare il capo dei cavalieri, e sapeva quali rischi correva con qualcuno capace di usare la telepatia fino ai più intimi livelli senza alcun rimorso.

Dalla sua posizione sulla rupe, il Seminatore di Morte osservò verso l’alta pianura che era l’obiettivo della carovana. Nel cielo, volteggiavano stormi di figure quadrupedi alate…il prossimo mezzo di trasporto di quella gente.

Teoricamente, doveva andare tutto bene: non c’erano nemici in agguato e solo i Tok avrebbero potuto rappresentare una minaccia immediata…ma a loro ci avrebbero pensato i dragoni che pattugliavano i cieli. Ora che Stargod si era guadagnato la benedizione del loro Alto Consiglio[iii], i Cavalieri avevano un alleato fondamentale…

 

Con il cuore se non proprio rallegrato, almeno rinfrancato, Stargod e Max giunsero nell’arcipelago.

E lo spettacolo era ancora più impressionante, all’interno dell’anello di montagne: Mournhelm era un mondo dentro il mondo, una città di mare estesa lungo il perimetro interno, un mosaico di porti e di palafitte unite da complessi ponteggi grandi come piazze. Barche a remi, gondole e barche a vela si muovevano nei canali della città e lungo le rive, trasportando merci e genti. Concerti di canti e di strumenti venivano dai maestosi templi posti al centro di una specie di isola artificiale eretta al centro dell’arcipelago; l’isola era costellata di bracieri enormi, per ora spenti. I ponti si irradiavano da essa verso la città come i raggi di un sole. Statue di Stargod, alte non meno di trenta metri, stavano ai quattro punti cardinali. Ogni simulacro aveva una posa vigile, e reggeva con una mano una spada dal pomolo a testa di lupo, e nell’altra teneva un seme appena germogliato -il dispensatore di vita e di giustizia.

John pensò ad una Venezia selvaggia, un’illustrazione di Moebius diventata reale…

Max si diresse verso il grande tempio. In cima all’edificio piramidale stava un piazzale delle cerimonie sufficiente a contenere un Jumbo Jet.

Stargod vide che già c’erano delle figure in attesa: indubbiamente le figure in armature, scudo e lancia erano i soldati. Ma quattro di loro erano familiari…

Il lupo sorrise.

 

Max atterrò con grazia sul marmo lucido. Stargod saltò giù, mentre la delegazione gli arrivava incontro: un uomo robusto come un orso e con una barba nera lunga e fluente come la sua capigliatura, vestito solo di un paio di calzoncini e stivali di pelle. Un guerriero dai lunghi capelli biondi e una cotta di maglia. Una donna dai capelli dai riflessi violetti e il volto delicato ma dagli occhi duri; la sua mano destra era occupata da una protesi metallica uncinata. E infine un anziano vestito di rosso e dai capelli d’argento; a lui mancavano entrambe le mani, ma la sua brillante mente compensava ampiamente tale handicap.

“Era l’ora che ti facessi rivedere, musozannuto!” disse l’omone barbuto, afferrando Stargod in un abbraccio stritolatore e sollevandolo da terra.

L’uomo-lupo ricambiò l’abbraccio, aggiungendo un paio di pacche sulla schiena. “E io sono felice di rivederti, Gorjoon.” Si voltò verso gli altri. “Così come sono felice di rivedere voi.”

L’uomo biondo si fece avanti, e gli serrò le spalle in un paio di forti mani. “Garth è onorato di poterti ospitare per tutto il tempo che sarà necessario.”

La donna fece un inchino formale. “Sapevamo che saresti tornato. Ancora una volta, Duna è pronta a dare la tua vita per te, Salvatore.”

L’uomo anziano, il mago Lambert, fece una risatina. “Non sarà necessario arrivare a tanto, amici miei. Questa volta, il Dio è giunto con validi alleati, come sapete… E credo che abbia altri piani per spendere un po’ del suo tempo qui che pensando a nuove battaglie.”

Stargod annuì. “Sono qui per prima cosa per parlare con un Draco Magister. Il suo nome è Wasya, e vive nelle profondità di Mournhelm.”

Garth annuì. “Wasya ti sta aspettando, Salvatore. Se ti senti pronto…” si voltò. Stargod lo seguì.

IL gruppo lo vide sparire dentro un’arcata. Gorjoon si voltò verso Max, che si era sdraiato per riposare, le ali ripiegate e la coda distesa lungo il fianco.

“Così, tu saresti il suo compagno per la vita…” Gorjoon si strofinò il mento, perplesso. “Devo dire che non mi aspettavo gusti così…esotici da uno che aspirava tanto a tenersi quella scialba ragazzina[iv]…Eep!” quasi si morse la lingua, appena si trovò il dorso di un enorme muso quasi piantato contro il volto.

Hai qualcosa da ridire sul nostro legame, piccolo umano?

Gorjoon deglutì. Duna levò gli occhi al cielo, rassegnata: quell’uomo era davvero senza speranza.

 

Stargod seguì Garth lungo una lunga teoria di scale, illuminate a tratti regolari da bracieri accesi nelle zanne ringhianti di teste di lupo. Mano a mano che scendevano, l’odore di acqua salata si faceva sempre più forte.

John avrebbe voluto parlare a Garth, dirgli qualcosa -insomma, lui e gli altri erano stati i suoi compagni d’arme, i suoi seguaci più fedeli, nella battaglia contro Arisen Tyrk. Li aveva lasciati per essere ‘solo’ John Jameson, sulla Terra. E…

E cosa avrebbe potuto dire? Narrargli di che inferno era stata la sua vita sul suo mondo natio? Di come fosse stato bravo a lasciare lavori, a vagare da un incarico all’altro, sempre incerto su sé stesso ed il proprio destino fino a quando non aveva deciso di accettarsi una volta per tutte...?

“Lambert mi ha detto di Sashiel,” disse Garth all’improvviso. Il suo tono era quieto, ma le sensibili orecchie del lupo fliccarono, cogliendo l’amarezza e la delusione nella voce. “Mi dispiace. Non avrei mai immaginato che potesse nutrire un simile rancore.”

“Cosa..? Garth, non è colpa tua. Lei…”

“Era mia moglie, Salvatore. Come suo marito, era mio dovere assicurarmi che la sua fedeltà venisse dal cuore, che non la sentisse come un’imposizione per via del nostro legame.”

“Tua moglie..?” Già, e cosa si era aspettato di notare, ammesso che in quei giorni avesse avuto la testa per farci caso, un anello al dito? E poi, quei due non si comportavano certo come sposini felici…

Garth annuì debolmente. “Lei non voleva fartelo sapere, e non ho pensato ci fosse ragione di dirtelo. Andavamo in battaglia, non volevo aggravarti con una informazione non necessaria.” La sua voce era assente, fredda. “Speravo che fosse morta. L’ultimo ricordo che avevo di lei era di una donna dal carattere difficile, ma coraggiosa e determinata per il suo mondo. Sapere che è una traditrice…”

“Garth…”

Garth tornò a raddrizzarsi. “Appena avrai terminato con il Draco Magister, mi rimetterò al tuo giudizio per il tradimento di Sashiel.” Si fece da parte. Durante quel discorso, erano giunti ad una porta dalle ante di ferro. Sull’arcata erano incisi, in rilievo due dragoni serpentiformi, che partendo dai lati si incontravano in alto al centro, intrecciando le teste.

L’uomo-lupo stava per rispondere che non ci sarebbe mai stato alcun giudizio…quando le porte si aprirono, scorrendo su cardini perfettamente oliati, senza un cigolio. Una voce femminile accarezzò la mente di John, <Vieni avanti, figlio di Antesys e Salvatore di Altro Regno.>

Stargod guardò un’ultima volta Garth: sapeva istintivamente che lo avrebbe trovato lì ad attenderlo.

Dalla soglia, veniva solo il buio. Il dio la oltrepassò senza esitare.

 

All’interno della carrozza, seduti accanto a un corpo femminile inerte, stavano due giovani umani: due gemelli perfettamente identici, uno dai capelli rossi ed uno dai capelli neri.

“Sarà qui fra poco,” disse il gemello rosso.

Il gemello nero gli rispose con un identico ghigno e posa della testa, come un’immagine riflessa. “La vendetta per nostro padre e nostra madre è un passo dal suo compimento. Anche se Stargod sfuggirà al massacro, per lui sarà solo questione di tempo.”

Davanti a loro, su una branda, giaceva la figura comatosa di Sashiel, portata in tale stato dal Seminatore di Morte[v]. Presto, sarebbe stata riportata alla sua fierezza…

 

I suoi stivali avevano le punte tagliate, per permettergli di usare gli artigli dei piedi. Gli artigli ticchettavano sul pavimento a intervalli regolari, lenti. Passi prudenti, riflessi di cacciatore intento a studiare il territorio.

Buio. Così buio che anche i suoi occhi erano ciechi.

Silenzioso. Tanto da fargli udire i battiti del proprio cuore.

C’era solo l’odore dell’acqua, salato, puro, che riempiva l’aria come un profumo esotico. Che buffo, era tanto tempo che non sentiva l’odore del mare, non così. Gli sembrava di stare nuotando, aveva voglia di perdercisi dentro.

“Questo è l’odore del mondo, Stargod. Il mondo invisibile agli abitanti della terra e del cielo.” La voce risuonò di un’eco musicale, veniva da un punto molto vicino…

E fu la luce: un cerchio perfetto, cristallino, ai piedi del lupo. Da quel cerchio emerse prima la testa, poi il collo serpentino di un dragone dei mari. Le sue scaglie sembravano di mercurio, venate dei riflessi dell’acqua. “Io sono Wasya. Benvenuto.”

“Uh…” bene, magnifico, era arrivato fin lì, ed ora?

“Non hai nemici da affrontare, qui. Non ci sono fantasmi che ti perseguiteranno. Non c’è prova a cui possa sottoporti che tu non possa superare.”

“Perché sono qui, allora?”

Il corpo del dragone emerse ancora di più dall’acqua. Era enorme, come ci si poteva aspettare: assomigliava a quello di un drago cinese, con zampe palmate corte, una lunga cresta pinniforme, basette folte, e un paio di corna corte a ‘tronco’.

La creatura si appoggiò al bordo della pozza con le zampe anteriori. Il suo fiato sapeva di sale, iodio ed alghe, mentre sorrideva. “Per scambiare quattro chiacchiere. Che altro?”

 

Giunsero alla spianata. Le creature nel cielo erano simili a cavalli, ma coi musi più tozzi, il corpo ricoperto di scaglie, mentre le grandi ali erano piumate. Non sembravano molto nervosi alla vista degli stranieri sul loro pascolo.

Probabilmente la domesticazione scorre nelle loro vene, pensò il Seminatore, mentre i nomadi guerrieri disponevano in cerchio i loro carri. Rygar, il comandante designato da Stargod per guidare quella gente in sua assenza, era stato inamovibile a riguardo: la regola era di disporsi in formazione difensiva, se possibile, ogni volta che si prevedeva di fermarsi per più di dodici ore.

 

Grigar era inquieto. Fin da quando erano giunti in prossimità della spianata, si era levata una corrente che andava dal basso verso l’alto. Anche se avrebbe potuto permettere di localizzare un nemico in agguato, nascondeva l’odore degli animali…

Purtroppo, il mezzo demone non aveva esperienza sufficiente con gli animali in generale, per comprendere se il comportamento di queste bestie fosse naturale o meno. Ciononostante, non gli piaceva affatto quel volteggiare, come se li stessero attendendo…

 

I cavalli si stavano disponendo in formazione sopra i guerrieri.

“Iron Monger, esegui una scansione su quegli animali,” disse la voce del Seminatore.

“Ricevuto,” rispose l’eroe, prima di fare partire i sensori a tutto spettro. Non che si aspettasse di trovare chissà che… “Cazzo!”

 

In quel momento, uno dopo l’altro, in un’infernale catena, i cavalli esplosero. La sequenza terminò in un’unica bolla di fuoco che riempì la pianura!

 

“Punirai il tuo amico?”

“Parli di Garth?” Stargod si era seduto sul bordo della pozza, le gambe immerse nell’acqua piacevolmente fresca. “Certo che no!”

“Perché?”

“Perché cosa? Wasya, Garth darebbe la vita, per me, ed è un fedele amico. Quello che ha scelto di fare Sashiel non è sua colpa!”

“Perché così hai deciso.”

“È la verità!” Le sue dita si contrassero sul bordo marmoreo, incrinandolo. “Lui non ha colpa!”

“E se così fosse, invece? In tempo di guerra, la sua lussuria ha avuto la meglio sul suo raziocinio. Ha scelto una compagna piena di rancore verso la causa. Sperava di convertirla, ma non vi è riuscito. La conseguenza di ciò è che la Canzone del Lupo avrebbe potuto non essere cantata[vi].”

“Non mi addosserò il ruolo di giudice retroattivo, Wasya. Nessuno di noi credeva che Sashiel fosse sopravvissuta, in primo luogo.”

Il dragone annuì. “Allora usa questo argomento, figlio di Antesys.”

“Hm?”

“Forte è la devozione nei tuoi confronti. Hai un potere su questa gente che ancora non comprendi appieno: devi restare neutrale, equo, anche se questo significasse negare una mano tesa ad un amico.

“Se non vuoi redarguire coloro che ami, devi farlo con le motivazioni corrette.”

Stargod annuì. “Questa gente…tutti i miei seguaci…morirebbero per me.” Gli vennero alla mente le immagini dei kamikaze, dei mujaiddin, dei crociati e dei fanatici -no, non realizzava ancora quanto fosse importante. Lo sapeva, ma non lo realizzava. “Dovrei abbandonarli? Lasciare che si guidino da soli?” la domanda era rivolta a sé stesso più che al dragone.

“Devi proteggerli, non guidarli. Sii presente, lascia che ti adorino, ma non dispensare consigli. Lascia che la vita e la morte compiano il loro duetto eterno. Cammina fra loro, fatti vedere per fare sapere loro che potranno contare su di te in tempi di crisi, ma non interferire con i cicli della natura. Sei solo un dio, non il loro animale da soma.”

Il lupo accarezzò il muso del drago. Come per Max, anche le scaglie di questa creatura erano morbide e tiepide. “Io voglio bene a questa gente, e specialmente ai miei amici: se mi invocheranno per un miracolo, cosa farò, volterò loro le spalle sempre?”

“Sta al tuo giudizio. In fondo, non devi estraniarti dai tuoi adoratori.”

“Wasya..?”

“Dimmi.”

“Uhm…” le orecchie triangolari si fecero di un rosso intenso. “Riguarda Max. Ecco, vorrei sapere se…” in quel momento, la sua mente sembrò esplodere per il dolore! Serrò gli occhi. Si piegò istintivamente in avanti, afferrandosi le tempie.

Quando li riaprì, vide sulla superficie dell’acqua, come su quella di uno specchio, l’esplosione che avvolse la pianura dei cavalli alati. E sapeva che il grido di dolore era quello del popolo nomade e dei suoi Cavalieri…

 

L’ululato di ira di un dio risuonò fin fuori dal tempio e riempì l’arcipelago.



[i] Ultimo ep.

[ii] Ep. #19

[iii] Ultimo ep.

[iv] Si riferisce a Kristine Saunders, la storica fidanzata di John Jameson

[v] Ep. #9

[vi] Ep. #7